Green Book

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Siamo nel vivo della Award Season, nel mese degli Oscar e in Italia, come sempre molto lentamente, stanno arrivando tutti quei film che si sono aggiudicati una o più noms.
Questa settimana è toccato a Green Book, un biopic che racconta l’amicizia tra il pianista di successo di colore Don Shirley e il suo autista italoamericano Tony “Lip” Vallelonga.

Voglio iniziare dicendo che non è un film che merita tutte le critiche che sta ricevendo, soprattutto oltreoceano. Non entrerò in merito alle polemiche sullo sceneggiatore e alle cose che avrebbe o non avrebbe detto Viggo Mortensen, ma voglio parlare esclusivamente del film.
L’ho apprezzato perché a differenza di molti film, usciti quest’anno o nei passati, non vuole essere per forza impegnato, non vuole per forza veicolare un messaggio a caratteri cubitali. In questo, è molto simile a BlackKklansman. Insomma, se alla fine del film, per chi vuole intendere, la morale c’è, ma non è forzata, lo spettatore ci deve arrivare da solo a capire che un determinato atteggiamento è sbagliato.
L’ho apprezzato perché tratta di argomenti delicati in modo delicato, perché la macchina da presa non è mai invadente e quindi non c’è intenzione, da parte del regista, di farsi sentire quanto più di raccontare una storia.
L’ho apprezzato perché racconta di rapporti umani in un contesto storico e geografico spesso disumano, per il bel rapporto che, in sordina, va costruendosi tra Dolores, moglie di Tony, e Don.

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Non è un film razzista, come alcuni “critici” vogliono far credere, ma un film che parla di razzismo, mostrando semplicemente come andavano le cose in quegli anni. Siamo infatti nel 1962 ed il viaggio che i due intraprendono si svolge quasi interamente nel sud degli Stati Uniti, quegli Stati razzisti e retrogradi per antonomasia. E il razzismo, così come l’omofobia, sono mostrati in ogni loro aspetto, perché anche Tony, il personaggio interpretato da Viggo Mortensen, è un italoamericano e come tale, sebbene in minor misura, è vittima di pregiudizi e insulti. E non ci si può aspettare che un uomo di questo tipo, nato e cresciuto nella zona povera e malfamata di New York, sia un campione di maniere e tolleranza nei confronti ti una comunità con cui, fino a quel momento, non era entrato mai in contatto e di cui aveva sempre e solo sentito parlare in determinati modi. Quello che ci si può, anzi, si deve aspettare è che quella stessa persona, una volta cominciato a frequentare persone appartenenti a quella comunità, si renda conto di quanto si sbagliasse e corregga il suo punto di vista, la sua opinione, i suoi modi.

Questo è quanto avviene in Green Book, che non parla quindi solamente di un viaggio nel cuore dell’America di un musicista e il suo autista, ma del viaggio metaforico che entrambi, ma soprattutto Tony, compiono per cambiare in meglio.

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Non è nemmeno un film che vuole “porre fine al razzismo” come alcuni utenti, anche famosi, di Twitter, si lamentano non faccia perchè “un film in cui un bianco e un nero parlano non porrà fine al razzismo”. Non è questo il senso del film, non c’è mai stato altro scopo se non quello di raccontare la storia vera di due persone realmente esistite e sulla nascita della loro duratura amicizia.
Se si ricercano significati reconditi che non ci sono non possiamo poi lamentarci se non li troviamo.

Le perfomance di Mortensen e Mahershala Ali (premio oscar come miglior attore non protagonista nel 2017 per Moonlight e che agli ultimi Golden Globe e SAG Awards ha vinto come miglior attore non protagonista proprio per Green Book) sono degne di nota e meritano senza dubbio di trovarsi tra le nomitate agli Oscar. È apprezzabile anche come il personaggio di Mortensen gesticoli e parli come un italiano, senza mai risultare parodistico o esagerato come purtroppo succede nella maggior parte dei film in cui è presente un personaggio italiano o italoamericano. E una nota molto positiva è stata la questione del suo nome: durante il film Don chiede a Tony di trovarsi un altro cognome perchè il suo, Vallelonga, per molti americani risulta difficile da pronunciare. Molto coloritamente Tony fa presente che se questi illustri signori sono in grado di parlare di filosofia, economia e quant’altro, saranno anche in grado di imparare a pronunciare il suo nome. Ed è sicuramente una risposta sentita da tutti quegli attori, registi, sceneggiatori e personaggi famosi che non hanno nomi inglesi e che nel corso di ogni intervista, premiazione e presentazione si sentono storpiare nomi e cognomi che sarebbero pronunciabili tranquillamente con una piccola ricerca e un minimo sforzo.
Ma ehi, questa è l’America!

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